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Al
mattino la nebbia era così spessa da far pensare che il sole mai,
per quanto potente, sarebbe riuscito a dissolverla.
Ma
già poche ore dopo l'alba il cielo appariva limpido e terso, azzurro
intenso solcato da grosse nubi grigie che
annuciavano ai pochi interessati l'arrivo del nuovo autunno. Ero
in viaggio da tempo, da tanto tempo,
da così tanto tempo che a stento ricordavo quando ero partito e,
quel che mi appariva peggio, cominciavo a perdere
interesse persino per l'obiettivo che intendevo raggiungere. Dopo
i mesi trascorsi e le miglia percorse, l'entusiasmo
iniziale che mi aveva animato non appesantiva più lo zaino che mi
accompagnava.
Eppure quello era l'ultimo giorno di viaggio, la sera non sarebbe
stata seguita da un'alba come quelle che l'avevano
preceduta, il lungo cammino stava per finire ed una nuova ansia
mi spezzava il fiato, stavolta non più la paura di non
arrivare quanto il terrore della delusione. Quell'evento sarebbe
stato tale da giustificare l'incredibile viaggio che avevo
affrontato, le privazioni, le peripezie, gli scontri che lo avevano
caratterizzato?
Dalla collina dove avevo trascorso la notte potevo dominare lo Strappo.
Vidi poco distante da me lo Stratega conosciuto
pochi giorni prima. "Ehi, Stratega, dimmi. Perché lo chiamano lo
Strappo?" "Buon giorno, Tribuno. Bella giornata vero?
Ideale per la cerimonia". Così dicendo mi si era avvicinato e cominciò
anche lui a contemplare lo spettacolo del cielo,
e del mare e delle terre da esso separate. "L'origine di questo
braccio di mare si perde nella notte dei tempi e molte
sono le leggende che ne cantano la creazione. Proprio stamane, Tribuno,
mi è stata narrata una versione che non conoscevo. La storia narra
di un uomo e del suo lungo viaggio alla ricerca di qualcosa. Nessuno
sa cosa quell'uomo
cercasse ma pare che qualunque cosa fosse egli la trovò ed una nuova
vita gli cominciò. Per celebrare l'evento gli dei
strapparono una lingua di terra che, riempita dalle acque del mare,
separò queste due regioni per simboleggiare lo
strappo tra la vecchia e la nuova vita.
Da allora gli indigeni sostengono che una maledizione colpisce coloro
che osano
solcare le acque dello Strappo" "Una maledizione? Non ne ho mai
sentito parlare. Cosa dice?" "``Camminatore che vai cercando la
pace al crepuscolo, la troverai alla fine della strada''" "Tra tutte,
questa mi sembra la maledizione meno terribile che conosca" "Gli
indigeni la interpretano nel senso che chi osa attraversare lo Strappo
abbandona la vecchia vita e ne trova una nuova.
E identificano questo passaggio con la morte" "Quindi sarà difficile
trovare qualcuno che ci traghetti verso la città Messianica" "Al
contrario, una maledizione non evita l'accadere di ciò che tende
ad impedire, piuttosto ne alza il prezzo. E poi, come hai notato
tu stesso, Tribuno, questa maledizione non incute eccessivo timore.
Non ti preoccupare, superare lo Strappo sarà l'ultima delle nostre
preoccupazioni" "E di cosa allora dovremmo preoccuparci?" "Be',
innanzitutto di non arrivare troppo tardi, pena l'impossibilità
di entrare nell'arena. Non siamo certo gli unici che alla cerimonia
prenderanno parte. E poi..." "E poi?" "E poi c'è lei, la maledizione.
Non sottovalutare mai un anatema lanciato dagli dei" concluse ridendo.
Prima di pranzo attraversammo lo Strappo in mezzo ad una folla variopinta
che sembrava affatto ignara dell'evento che si preparava. Almeno
così sembrò ai miei occhi. La traversata durò circa due ore durante
le quali riuscii a consumare un pasto veloce.
Ma poco prima di attraccare ebbi quasi un attacco di panico ed il
cibo mangiato mi tornò in gola.
Fu solo un attimo, ma bastò. La gente si riversò per le strade,
quasi ognuna di loro avesse una meta distinta, sapesse dove andare.
E perché. Mi incamminai dopo aver chiesto la direzione ad un venditore
di acqua il quale mi offrì un bicchiere, forse intimorito dalla
mia divisa. Quale che fosse il motivo, in quel momento accettai
la sua offerta senza indugio e bevvi l'acqua con avidità. Entrai
nell'arena quando ormai il sole stava già scendendo, il cielo ancora
chiaro.
Mi sedetti calmo, lontano dalla folla che cominciava ad accorrere.
La Sacerdotessa era in fondo, seduta, lo sguardo perso tra la folla.
Nulla sembrava vedere eppure dava l'impressione che nulla le stesse
sfuggendo. Mi sarebbe piaciuto avvicinarmi a lei ma ebbi paura di
darle fastidio, in fin dei conti si stava preparando all'evento.
Altre persone le si avvicinarono e lei loro sorrise, uno sguardo
dolce, senza fine.
Non ne sembrava infastidita. Forse non mi avvicinai perché incosciamente
temevo che l'incontro avrebbe potuto turbare la mia preparazione
piuttosto che la sua. Lei si ritirò, quindi si preparò e la cerimonia
infine ebbe inizio.
Fumo ricco di incensi e di profumi intensi ci avvolse e inebriati
ne fummo.
In pochi istanti la mia mente fu rapita ed i pensieri da immagini
furono sostituiti. Immagini del lungo viaggio, dei pericoli corsi,
ed immagini da altri viaggi, dai viaggi che ancora mi attendevano
e da quelli che mai avrei affrontato.
Immagini della mia vita, del mio futuro e l'immagine di me in preda
alle immagini che l'immagine stessa mi procurava.
Una voce armonica mi invitò ad entrare nella biblioteca che contiene
tutti i libri che non possono essere scritti,
e per essa lessi in essi di eccessi o assenze assolute, ammesso
che ciò fosse possibile senza che si avesse perdita di nesso, lasciando
quindi me stesso in posa di sasso.
E lessi i libri autoesplicativi la cui trama è un algoritmo che
genera la trama stessa, e tra essi trovai il libro che generava
il libro che conteneva tutti gli altri libri possibili, compreso
quello che raccontava di me che entravo nella biblioteca che contiene
tutti i libri che non possono essere scritti, compresi quelli che
la biblioteca non contiene.
E attraverso quelle letture raggiunsi vidi e penetrai l'infinito,
dove i libri sono scritti in una lingua in cui ogni parola è un
acronimo e la cui lettura è impossibile per una mente finita. E
dall'infinito ritornai, in tempo per sentire la Sacerdotessa che
cominciava a parlare. O forse, ero io che cominciavo a sentirla.
"Fratelli, la cerimonia non è mai cominciata e mai avrà fine.
Voi siete qui ora e per sempre. Oggi è il distacco dal mondo dei
sogni. Chi di voi sognava un futuro in meditazione oggi si sveglierà.
Mai più il ciclo delle stagioni vi affliggerà, mai più soffrirete
il vento caldo dell'estate, e lì sarete felici.
Le preoccupazioni di ieri vi sembreranno falsi allarmi. Questa è
una notte speciale" Di tanto in tanto gli Infiniti Cantori della
Campana colpivano i loro strumenti che risuonavano forte nello spazio
chiuso dell'arena.
Non c'era ritmo nelle loro azioni, il loro scopo anzi era quello
di turbare la percezione del tempo.
A me in realtà, sembrò che le campane venissero colpite con una
successione piuttosto regolare, al limite della monotonia. Anzi,
sembravano scandire lo scorrere del tempo con la stessa innaturalezza
di un orologio in un campanile.
La folla intonò il Sacro Tema "La Re# Do# Do Mi" "La Re# Do# Do
Mi" e ancora "La Re# Do# Do Mi", in un ciclo
assordante quasi quanto dissonante. E tutto ebbe termine, senza
che nessuno potesse dire quando era in realtà
cominciato. Rimasi in piedi, incapace di muovere un solo muscolo.
Mesi e mesi di viaggio per una cerimonia che mai
avrei scordato, unica ma che pure era giunta alla fine, come un
qualunque altro evento cui avessi partecipato.
Come sempre, risuonarono nella mia testa le solite domande "Perché
sono qui ora?" "Ne valeva la pena?".
Non sarebbe stato meglio esplodere nello spazio e mandare le mie
ossa in orbite differenti?
Il tempo passava e l'arena andava svuotandosi, capii che se volevo
incontrare la Sacerdotessa dovevo muovermi in
fretta. Raggiunsi la parte posteriore del tempio e attesi un tempo
lunghissimo prima che venisse il mio turno.
E allora entrai, ed io che avevo combattuto contro tutti i nemici
dell'impero senza mai esserne sconfitto, io, Tribuno
Superiore, tremavo. Lei mi accolse sorridente, evidentemente stanca,
eppure sembrava che io fossi colui che stava
aspettando, mi sentii come la persona che aveva dato un senso a
tutta la cerimonia.
Lei mi guardò a lungo senza parlare,
in un'atmosfera irreale come quando le colline bevono il sole. E
la consapevolezza del legame che ci univa divenne certezza. "Sembri
stanco Tribuno --- alla fine disse --- da dove vieni?" "Vengo per
te dai confini dell'Impero.
Per te ho viaggiato mesi e mesi, per te ho tremato d'inverno, ho
sofferto l'estate. Ho combattutto i Dotti Dodecafonici, i Mistici
Mirmecofagi, i Solleticatori Solitari. Per te sono qui ora" "Grazie
Tribuno, alla cerimonia questa sera hanno partecipato in molti.
Ma per te solo essa si è svolta. Non dubitare mai delle mie parole,
esse sono sincere" "E mai ne
dubiterò, puoi starne certa. Tu hai solo dato conferma ai miei sentimenti,
sentivo che ciò che avevo provato, lo avevo provato io ed io solo.
I miei dubbi si sono dissolti come sogni alla luce della tua verità"
"Grazie Tribuno, ed ora vai.
Sarai stanco" Rimasi a fissarla per un tempo che mi sembrò infinito.
"Sì, sono stanco" Lei si girò verso lo specchio per pettinarsi i
lunghi capelli neri. La guardai per un momento ancora, mi inchinai
e me ne andai.
L'aria della sera si era fatta fresca e diede sollievo alle mie
guance, ora me ne davo conto, infuocate.
Mi sentivo stanco, certo. Ma mi sembrava di essere rinato, di aver
alla fine realizzato qualcosa di me, qualcosa di
profondo con cui mai prima d'ora ero entrato in contatto.
Tutto intorno a me era lo stesso ma i miei occhi non erano più
gli
stessi. Ripensai al viaggio, ai lunghi giorni trascorsi in attesa,
alla cerimonia, all'incontro con la Sacerdotessa,
e poi risentii ancora le sue parole, una per una, una per una, e
poi... e poi mi resi conto che lei mi aveva ringraziato innumerevoli
volte, io neanche una. Mi bloccai paralizzato, come era potuta accadere
una cosa simile?
Io, l'unico, il predestinato, neanche un grazie, e neanche un saluto.
Cambiai la nuca con la fronte e mi misi a correre, forse lei era
ancora lì. Sì, era ancora lì, e ancora una folla di villici attendeva
il proprio turno, ognuno con la sua richiesta idiota ed ebbi pena
per la Sacerdotessa costretta ad ascoltare richieste ridicole, maledizioni
contro il vicino, formule sacre per la fertilità del terreno, e
noiose melodie sui lunghi viaggi affrontati e le peripezie che lo
avevano caratterizzato.
Mi venne forte la tentazione di scacciare via tutti, per consentirle
un meritato riposo.
Ma ebbi pietà di quella plebaglia, quella era forse l'unica occasione
che mai avrebbero avuto per conoscere la Sacerdotessa. Questa volta
sfruttai l'autorità di Tribuno e scavalcai la folla ed il cordone
di Pie che proteggevano l'incolumità dei ministri del culto. Mi
avvicinai alla cella interna ed aspettai che uscisse chi ne era
appena entrato. Passeggiai un poco, stavolta senza nessuna particolare
emozione.
Mi sentivo ormai alla pari con lei, il legame che ci univa era indissolubile.
Ma poi, spinto dalla curiosità, accostai l'orecchio al pesante tendaggio
che copriva l'ingresso della cella. "in molti.
Ma per te solo essa si è svolta. Non dubitare mai delle mie parole,
esse sono sincere"
"Grazie mia Sacerdotessa, mai dimenticherò le tue parole, e mai
le dubiterò" Mi allontanai in fretta dalla tenda e mi nascosi nell'oscurità.
Quelle parole erano simili a quelle a me dette, e ne rimasi turbato,
seccato, infastidito.
Ma poi riflettei che su migliaia di persone non era impossibile
che più d'uno fosse rimasto illuminato dalla cerimonia. Certo, era
ragionevole pensarlo, eppure provai un senso di inspiegabile gelosia.
Dalla cella uscì un giovane, con il volto acceso dalle parole appena
udite.
Lo osservai allontanarsi quand'ecco entrare nella tenda una donna
enorme che si portava dietro, quasi trascinandoli, due bimbi di
incerta età.
Di nuovo mi accostai. "Benedicili, benedicili, mia Sacerdotessa.
So che nulla per te è impossibile, benedici questi miei due angeli,
speranza della mia vecchiaia, abbiamo camminato tutto il giorno
per vederti, toccarti, parlarti"
"Avete assistito alla cerimonia?" "No mia Dea, non avrei potuto
con due pargoli in tenera età" "Grazie Donna, alla cerimonia di
questa sera molti hanno partecipato. Ma per te sola essa si è svolta.
Per te ed i tuoi figli che ora io benedico, unici tra i molti. Non
dubitare mai delle mie parole, Donna, esse sono sincere.
E voi fanciulli, non dubitate mai delle parole di una Sacerdotessa"
"Sì signora" risposero in coro i due bambini "Sacerdotessa, stupidi"
"Sì Sacerdotessa" e scoppiarono a ridere. Mi allontanai infuriato.
Quella donna, quell'incantatrice, quella funambola mi aveva ingannato.
E come me tutti coloro che avevano preso parte alla cerimonia.
Decine di persone si susseguirono e a tutti ripetè quelle parole,
così profonde mi erano sembrate poco tempo prima, così vuote adesso,
ripetute come una preghiera recitata per abitudine. E attesi, e
attesi che tutto finisse.
E quando anche l'ultima persona ebbe ascoltato quel ridicolo ritornello,
entrai nella cella con un impeto che per poco non lacerava il pur
pesante tendaggio. Lei si teneva il volto tra le mani, i gomiti
appoggiati sul tavolo di marmo. Si scoperse il volto e mi fissò
nello specchio che aveva davanti. Per un attimo le osservai il viso,
stanco, sfatto, stavolta sì sincero.
Lei non manifestò nessuna sorpresa e per un lungo istante ci guardammo,
lei apparentemente priva di ogni espressione, io furioso come non
mai. "Sarai stanco Tribuno" disse dopo un lungo silenzio, continuando
a guardarmi attraverso lo specchio. E lo disse con una voce atona,
eppure così convincente che per un istante provai l'impulso di andarmene.
"Grazie Tribuno, alla cerimonia questa sera hanno partecipato in
molti. Ma per te solo essa si è svolta.
Non dubitare mai delle mie parole, esse sono sincere" le dissi di
getto, con una rabbia crescente ad ogni parola, con il tono offeso
di chi è stato tradito e mai più potrà fidarsi di qualcuno. "Grazie
Tribuno. È raro che qualcuno presti così tanta attenzione a ciò
che dico da poter ripetere esattamente le mie stesse parole".
La sua attenzione quindi tornò alla cura dei capelli. In breve sembrò
così presa dalle sue occupazioni da darmi l'impressione che avrebbe
potuto spogliarsi e cambiarsi d'abito come se nessuno fosse stato
presente. Il fascino che emanava il suo viso stanco era irresistibile
ma, sia pure a fatica, riuscii di nuovo a montare la rabbia già
spenta e mi avvicinai a lei minaccioso. "Mi hai ingannato. E come
me hai ingannato tutti coloro che hanno parlato con te. Povera gente
che ha atteso ore per renderti omaggio. E tutti coloro che hanno
assistito a quella buffa rappresentazione per idioti che ci illudevamo
essere una cerimonia. Ho viaggiato mesi, anni, ho affrontato pericoli
che neanche immagini, donna. E come me migliaia di altre persone.
Per cosa? Per sentirmi dire ``Per te solo essa si è svolta''. Ma
per quale diabolica ragione hai detto a tutti le stesse parole?
Non potevi rivolgerti a noi con un semplice saluto e basta? Perché
quelle sciocche parole? Perché hai voluto ingannarci? Ma non finirà
così, io sono un Tribuno, posso impedirti ogni altro spettacolo,
in qualsiasi angolo dell'Impero. Posso farti imprigionare per attività
illusionistiche. Posso..." "Perché dici che vi ho ingannati, Tribuno?
Le mie parole erano e sono tuttora sincere" "Insisti, sei recidiva.
Attenta donna, stai aggravando la tua posizione" "Ascoltami Tribuno
--- la sua voce non aveva perso nulla del suo potere ammaliante,
continuava a parlare con calma, spesso accompagnando le parole con
lunghi sorrisi e dovevo fare uno sforzo immane per non perdere la
concentrazione --- quante volte nel corso della tua vita hai detto
``Ho fame'', forse che con il trascorrere degli anni queste tue
parole hanno perso la sincerità ed ora quando dici di essere affamato
non è più vero come una volta? Quante volte hai condotto i soldati
alla pugna urlando che quella era la battaglia della loro vita?
E non eri forse sincero, e non ti rivolgevi forse al soldato vicino
alla tua destra così come a quello lontano nelle retrovie che neppure
ti aveva sentito?" "A nessun soldato ho mai detto che lui era il
più importante dell'esercito"
"Ed io a nessuno ho detto di essere il più importante attore della
mia cerimonia" "Hai detto che per me solo si era svolta"
"È vero" "E l'hai detto a tutti" "È vero anche questo" "E quindi
sei bugiarda. Non può essersi svolta ``solo'' per ognuno di noi"
"Eppure è la verità. La cerimonia di stasera si è svolta solo per
te" "Per tutti è stato così" "Certo, per tutti coloro che hanno
preso parte. La cerimonia si è svolta solo per ognuno di voi. Mi
spiace Tribuno che ciò ti amareggi.
Pensavi che tutto si fosse svolto per una persona sola? Sei ingiusto
nei confronti di chi si è sobbarcato un viaggio senza fine solo
per assistere alla cerimonia, o addirittura solo per parlare con
me" "Ho affrontato un viaggio che la somma di tutti gli altri non
basterebbe a coprirne la metà" "E hai affrontato pericoli che nessun
altro avrebbe affrontato, e vinto,
al posto tuo" "Mi prendi in giro, donna?" "Sì Tribuno, sono innanzitutto
una donna prima che Sacerdotessa,
sono contenta che qualcuno lo noti.
Ma detto da te ora, sembra quasi un insulto"
"Sono stanco di parlare con te, avevi detto che non avrei mai dovuto
dubitare delle tue parole.
E mai lo avrei fatto. Perché sono tornato indietro, perché? Sai
perché?
Perché volevo ringraziarti, non lo avevo fatto prima" "Sei ancora
in tempo a farlo" Le risi in faccia.
"Ringraziarti... ringraziarti di cosa, delle illusioni che mi hai
venduto spacciandole per verità?
O della fine dei sogni che tu stessa mi hai indotto a credere?"
"Non darmi più potere di quanto ne abbia.
Non sono in grado di indurre sogni, nessuno lo può. Io posso solo
risvegliare i sogni nascosti.
Ma la mia più grande aspirazione è quella di risvegliare le persone,
non lasciarle addormentate, perse in mondi che son sempre muti tra
di loro. Se sei entrato nell'arena vedendomi una dea e ne esci vedendo
in me una donna stanca, allora non tutto è stato inutile" "Non so
che farmene di te donna. Posso avere tutte le donne ai miei piedi
solo lo volessi.
Avevo bisogno di una guida spirituale" "E pensi di averla persa?
Ascolta, la donna che era qui quando sei entrato la prima volta
è la stessa che ti ha accolto la seconda. Sei d'accordo con me su
questo?"
"Non ho dubbi che chi ho davanti ai miei occhi ora è la stessa venditrice
di fumo che mi ha ingannato prima"
"Quindi se ci sono differenze, queste sono in te e non in me. Sei
tu che sei cambiato, non io" "È cambiato il grado della mia conoscenza.
Prima credevo in te e davo credito alle tue parole. Ora ti vedo
per quello che sei e le tue parole sono prive di ogni valore" "È
mia missione aprire gli occhi delle persone. Un primo passo è comprendere
quanto la nostra realtà possa essere illusoria, il passo successivo
è vedere quanto sono reali tutte le illusioni che ci circondano.
Tu, Tribuno, hai questa sera compiuto il primo passo, ora non ti
resta che compiere il prossimo" "Vuoi ancora convincermi che ciò
che dicevi era vero, malgrado il solo fatto che tu l'abbia detto
più di una volta lo contraddica?"
"Non posso convincerti. Non posso, né lo voglio. Se io sono un'illusione,
oggi hai aperto gli occhi. Se non lo sono, la tua incomprensione
mostra che gli occhi li hai ancora chiusi. Sarai stanco Tribuno,
perché non vai a dormire?"
"Perché ho fatto un viaggio e non so neanche io perché. E non so
perché ora sono qui a discutere con te.
E non so cosa farò domani" mi resi conto che ormai il tono della
mia voce era passato dalla rabbia alla disperazione, quasi al pianto,
ma non potevo fare nulla per impedirlo. "Domani comincerai un nuovo
viaggio" "Domani tornerò.
Lo stesso viaggio fatto al contrario" "Il viaggio di ritorno non
è mai come il viaggio di andata.
E quando viaggi, la meta non è mai tanto importante" "Sono stanco,
donna" "Grazie Tribuno. Mi piace come mi chiami donna. Ma ora sarai
stanco" "Addio" "Perché addio? Pensi, o forse speri di mai più rivedermi?
Sappi che tra due cicli di tempo celebrerò una cerimonia proprio
nel tuo villaggio" "Non so se ci parteciperò"
"Vuoi giocare con me, Tribuno?" "No, non ne ho voglia. Anzi sì,
lo farò" "Ti propongo una prova da affrontare.
Se la supererai verrai alla cerimonia, altrimenti non ci parteciperai
e non ti mostrerai a me, accetti?" "Accetto"
"Sei in grado di impedire al Tribuno che ho di fronte di partecipare
alla cerimonia?"
"Mi deludi, donna, con questi giochetti di logica" Per la prima
volta la sua voce divenne fredda, tagliente "Mi deludi, uomo. Questo
non è un giochetto di logica. Sarai stanco, ora, vattene. Un lungo
viaggio ti aspetta, e hai molto tempo dinanzi a te per pensare a
ciò che ti ho detto. Ma certo, combattere un nemico dà molta più
soddisfazione che riflettere serenamente sulle parole di una vecchia
illusionista. Forse hai ragione tu, non ci vedremo più, addio"
Uscii dal tempio. Stanco, confuso, incerto, nervoso, sfiduciato.
Per le strade l'animazione era ancora notevole ma io non volevo
vedere nessuno.
Mi allontanai il più possibile da quella città ancora in preda ad
un delirio collettivo e trovai rifugio in una locanda di quart'ordine
il cui prezzo per una tranquilla solitudine fu vino scadente e cibo
immangiabile, ammesso che avessi avuto sete e fame per notarlo.
E improvvisamente il mio passato si allontanò da me, tutta la mia
vita si concentrò in un istante lontanissimo nel tempo e nello spazio
quasi non mi fosse mai appartenuto. Uscii all'aperto urlando e tenendomi
la testa finché il cielo tutto si illuminò a giorno ma la luce non
veniva dall'alto, piuttosto dal basso, da una fascia di terra lunghissima.
Il suolo tremò ed un'intera lingua di terra fu strappata dal suolo
e risucchiata nei cieli.
L'abisso che si venne a creare fu immediatamente riempito dalle
acque del mare e la città che avevo appena lasciato con le mie gambe
divenne raggiungibile solo attraversando il braccio di mare che
si era appena creato. E al di là del mare rimase il mio passato
con i ricordi di tutta una vita. E mi sentii solo, nella più completa
e profonda solitudine che mai avessi conosciuto.
E capii che quella solitudine avrebbe accompagnato il resto del
mio cammino su questo mondo.
Il mattino dopo la nebbia era così spessa da far pensare che il
sole, per quanto potente, mai sarebbe riuscito a dissolverla. Ma
già poche ore dopo l'alba il cielo appariva limpido e terso, azzurro
intenso solcato da grosse nubi grigie che annuciavano ai pochi interessati
l'arrivo del nuovo autunno.
Un lungo viaggio mi aspettava e mi chiesi se sarei riuscito ad assistere
alla prossima cerimonia.
Messina, 31 luglio 1999 Lecce, 20-24 agosto 1999 (ad Alice nei primi
mesi del 2000).

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